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Neon Genesis Evangelion, ovvero il delirio di onnipotenza dello sceneggiatore Febbraio 3, 2008

Posted by Aaron Bloom in Aaron Medien.
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Dopo tredici anni di tentativi falliti sono finalmente riuscito a vedere Evangelion, croce e delizia di ogni appassionato di animazione giapponotta. Superato un leggero senso di stordimento dovuto alla visione di ventisei episodi e due film in quattro giorni, ho dovuto leggere la storia su Wikipedia perché non l’avevo capita.

La trama in breve: un ragazzino delle medie deve salvare il mondo ma non ci riesce e alla fine muoiono tutti. Il protagonista è un bimbetto fastidiosamente depresso, così intollerabile che la madre preferisce farsi ammazzare piuttosto che prendersene cura e il padre lo abbandona. Quando provoca lo sterminio di circa cinque miliardi di persone cerca di completare il lavoro strangolando l’ultima superstite. Intrigato da una ragazzina che assomiglia a sua madre, ma che, come mezzo cast della serie, va a letto con suo padre, vorrebbe commettere atti impuri con la sua amica pazza addormentata ma si viene in mano. Non è neppure capace di essere un antieroe, anzi, va addirittura oltre tale qualifica.

È risaputo che i giapponesi si dilettano a pasticciare con la mitologia de noantri e gli autori di Evangelion hanno creato una storia che pare uno spiedino di enigmi e profezie. Questo frappé di testi sacri non è un semplice arredo per addobbare la serie con nomi esotici e definizioni tecniche ma è parte costitutiva della narrazione, che può essere compresa solo seguendone i rimandi intertestuali o il simbolismo dei personaggi, senza un vero e proprio filo logico.

Dopo un inizio poco entusiasmante a causa della mancanza di attributi del personaggio principale, l’intreccio guadagna ritmo intersecandosi con le nevrosi dei protagonisti e la storia si avvia al suo tragico epilogo. Certo non si poteva pretendere un lieto fine alla Sailor Moon, ma credo che la conclusione, compiacendo il gusto del pubblico con l’esasperazione degli aspetti drammatici della storia, tradisca in parte il significato dei suoi personaggi. Presi forse da eccessivo entusiasmo, gli sceneggiatori si comportano esattamente come il protagonista della serie, distruggendo le proprie creature, caricando di (pseudo)dolori insopportabili e conducendo alla degenerazione anche personaggi legati alla componente più leggera della produzione, come Asuka o Misato, spesso utilizzate per sdrammatizzare situazioni gravose.

Nella gabbia di matti che ne risulta alla fine, forse l’unico che avrebbe potuto salvare il mondo è il pinguino OGM Pen Pen.